ANDREA MAURI

di Maria Alberti

In occasione della pubblicazione del romanzo “micheymouse03“, ho il piacere d’intervistare il suo autore, Andrea Mauri.

L’intervista risale all’agosto 2016 e viene pubblicata, una domanda al giorno, nel gruppo Facebook del nostro gruppo.

 

Andrea, quanto è durata la stesura di questo tuo primo romanzo?

La stesura è durata da gennaio a luglio 2015. Poi ho iniziato a spedire il manoscritto a varie case editrici fino a firmare il contratto con Alter Ego Edizioni lo scorso marzo. Il libro è stato pubblicato a giugno di quest’anno. Quindi dalla stesura finale all’uscita è trascorso poco meno di un anno.

La stesura, quindi, 6-7 mesi. Veloce!

Non capita spesso. Per altri lavori sono lunghissimo.

Quando e come ti è nata l’idea? Perché hai voluto scrivere un romanzo su questo tema?

L’idea è nata più di due anni fa. Prima di scrivere il romanzo avevo buttato giù una sorta di romanzo breve con solo i dialoghi di chat. Volevo raccontare una storia usando lo stile secco, diretto, tagliente delle parole in chat. Otre a raccontare quali sono le dinamiche per cui due perfetti sconosciuti entrano in contatto e trasformano un mondo aleatorio in qualcosa di concreto. Inoltre mi ha sempre interessato l’ambiente religioso, dove ho conosciuto preti omosessuali e i loro compagni. Volevo raccontare come questi preti vivono la relazione e la sessualità, in alcuni casi apertamente, in altri nascondendosi agli occhi del mondo.

Hai avuto un editor che ha suggerito modifiche alla tua prima stesura o è stato pubblicato così come tu lo hai scritto? Ci hai detto che sono trascorsi circa 8 mesi dal termine della stesura alla firma del contratto per la pubblicazione. Io conosco autori che hanno aspettato anni per trovare una casa editrice disponibile alla pubblicazione. Ti chiedo: quanto è difficile per uno scrittore emergente trovare chi lo pubblica?

Per uno scrittore emergente pubblicare è difficile, ma non impossibile. Direi pure che è faticoso, perché comporta un lavoro certosino di ricerca delle case editrici adatte al testo che vuoi pubblicare. Mi hanno aiutato internet e anche andare per fiere del libro, dove puoi presentare il manoscritto di persona oppure farti un’idea di quello che le case editrici pubblicano. A casa, con l’elenco degli espositori, inizia la ricerca dei siti internet e delle notizie sull’invio dei manoscritti. Bisogna essere pronti a tutto, perché case editrici chiedono il testo completo, altre un estratto, altre ancora una sinossi lunga, altre una scheda tecnica con informazioni che talvolta esulano la pubblicazione in senso stretto e sconfinano in nozioni economiche. Insomma, ci vuole un sacco di pazienza e superare lo sconforto che inevitabilmente ti assale. Molte case editrici non risponderanno mai e non vogliono nemmeno che gli si scriva. Non so quanti manoscritti ho inviato. Molti dei destinatari non mi hanno risposto (è passato quasi un anno dai primi invii), alcuni si sono fatti vivi durante l’estate, altri a giochi già fatti. Tutto ciò, ripeto, non deve scoraggiare. C’è lo spazio per essere compresi e apprezzati. Bisogna avere pazienza di aspettare e imbroccare le persone giuste.

Grazie Andrea. I tuoi consigli ed esperienze saranno utili a tanti altri scrittori emergenti. Anche perché, diciamolo, tu in qualche modo avevi già una certa esperienza, essendo comunque giornalista. Altri autori credo che abbiano maggiori difficoltà a capire quali passi fare.

È un buon inizio andare a fondo, spremere ogni possibilità. Dimenticavo di dire che conta molto la lettera di presentazione alla casa editrice nella quale si difende il proprio lavoro e si spiega perché si è scelta quella casa editrice e non un’altra.

Il lavoro di editing è stato blando, anche perché avevo fatto leggere il manoscritto ad amici scrittori, i quali mi avevano già consigliato che cosa alleggerire, che cosa approfondire. Una soddisfazione è stata ricevere il messaggio della editor, che si è complimentata per il libro. Una gentilezza inaspettata. Linfa vitale in un mondo distratto.

Andrea è comunque un professionista come scrittore, in quanto giornalista, anche se è una scrittura senz’altro differente dal romanzo. Autori esordienti non devono assolutamente scoraggiarsi se il proprio editor farà correzioni più forti. Ciò non è una critica alle capacità dell’autore stesso. Un editor ha una visione più esperta di cosa e come può giungere il messaggio ad un pubblico potenzialmente interessato a quell’opera. Insomma: trucchi del mestiere che Andrea in qualche modo già conosce.

Un occhio esterno aiuta a vedere quello che può essere migliorato, perché da soli a forza di leggere e rileggere quello che si è scritto si diventa ciechi. Non abbiate paura delle critiche. Ne ho ricevute parecchie, ci sono stato male e mi fanno male sempre, ma servono per migliorare la scrittura. Perché lo stile è sempre in divenire.

In “micheymouse03” ci racconti la storia del rapporto omosessuale fra Michele e Francesco, prete che lascerà la tonaca. Come tu ben sai, IL CIELO CAPOVOLTO nella scorsa stagione ha avviato il progetto “diversamente UGUALI” che, con diverse iniziative affronta la “diversità” nei suoi vari aspetti. Negli ultimi anni si è parlato molto di questo tema e, io credo, ci siamo avviati verso una più ampia apertura mentale. D’altro canto, però, avverto anche un odio crescente che spesso sfocia in episodi di violenza inaudita. La violenza nasce dalla paura e, quindi, verso gli stranieri intuisco che derivi dalla grave crisi economica che viviamo e dagli episodi di terrorismo. Una errata – e direi pilotata – informazione alimenta l’idea che gli stranieri siano un pericolo e fomenta l’odio. Ora però parliamo di omosessualità. Per secoli ci è stato trasmesso che il rapporto fra due persone dello stesso sesso sia sbagliato, inumano, anormale, sporco, peccato. Ci vuole tempo per poter sradicare certe ideologie. Posso quindi capire che alcuni possano non approvare il rapporto omosessuale. Ma mi domando: due uomini o donne che fra di loro hanno un rapporto che tu non approvi, che pericolo sono per te? Che male ti fanno? Cosa ti tolgono? Perché quindi tanto odio e violenza? E non parlo solo degli episodi di violenza fisica che riportano i quotidiani e fanno scoop. Parlo soprattutto di quell’odio che riscontro ogni giorno per le nostre strade, al bar mentre faccio colazione, chiacchierando con i clienti in ufficio. Una violenza fatta di piccoli gesti e parole che discriminano e fomentano sempre nuova violenza. Tu che ne pensi?

Viviamo in una società profondamente maschilista, impregnata di maschilismo fino al midollo. Persino nella lingua, nella grammatica italiana dove prevale il genere maschile su quello femminile. Come dici bene tu, è difficile sradicare una mentalità così attaccata alle nostre esistenze. Difficile, ma non impossibile. Quanti modi di vedere il mondo si sono succeduti nei secoli? C’è sempre un cambiamento. Quello a cui dobbiamo fare attenzione è che si tratti di un’evoluzione e non di un’involuzione. Dobbiamo fare la guardia soprattutto adesso, in un’epoca di grande sbandamento, di accelerazioni e frenate schizofreniche del pensiero. Di sicuro guardando il passato dell’omosessualità, si può parlare di evoluzione. I miei vent’anni erano negli anni ’80, quando non c’era il gay pride, non esistevano informazioni sulle associazioni omosessuali, non c’erano pubblicazioni a tema. Si navigava a vista, con il passaparola se avevi la fortuna di conoscere qualcuno come te. Altrimenti si era soli. Nel 2016 ci sono le unioni civili, seppur imperfette, e basta sottolineare questo per capire quanti passi in avanti sono stati fatti.
Tutta questa visibilità aiuta a non nascondersi, a mostrarsi, anche se c’è il rovescio della medaglia. La normalità delle omosessualità (perché ce ne sono di tutti i tipi) da’ fastidio. Mina l’immagine stereotipata dell’omosessuale che si è imposta nel tempo. Ora è più difficile etichettare i gay e le lesbiche nel macchiettismo di comodo per mettersi la coscienza a posto. Se non si individuano più gli omosessuali con facilità e se si comincia a vedere che sono persone come tutti, allora ci si spaventa. Tutto è mescolato, tutto è indistinto. Perfino la sessualità. Chi si sente di avere una sessualità definita, non teme nulla. Chi vacilla per varie ragioni, in qualche modo si sente minacciato da questa regolarizzazione dell’omosessualità, che mette in crisi una visione schematica dei ruoli sessuali. Se non si possiedono adeguati mezzi intellettuali e dialettici, la paura si affronta con la violenza. Alcuni episodi sono gravissimi. E come dici tu c’è pure una violenza quotidiana fatta di parole e di gesti. Nel nostro piccolo noi possiamo lavorare su questa violenza. Come? Non nascondendoci più, parlando apertamente, raccontando il privato senza ostentazione gratuita, non sottraendoci all’argomento. Dimostrando insomma nel vivere quotidiano che gli omosessuali non sono marziani, o meglio urani (come si definivano agli esordi del movimento omosessuale). Certo ferisce quando al bar si sentono discorsi vecchi e stereotipati del tipo: hai visto quel frocio di… Riferendosi a un amico; a me piacciono le donne, mica sono ricchione. Bisogna stringere i denti e non cadere nella provocazione. Quando la discriminazione è eclatante e davvero ingiusta, quello è il momento di denunciare. Questi singoli comportamenti uniti insieme di certo aiutano a far riflettere il prossimo, anche uno solo magari. Ma comunque sarà stata una vittoria.

Esatto! Personalmente non amo i gay pride. Mi sembra, appunto, il macchiettismo. Di fatto è sempre una discriminazione. Un pò come dopo gli anni ’70 hanno finito per essere certi movimenti del femminismo. Non ho mai amato le donne che l’8 marzo devono andare a vedere lo spogliarello maschile o comunque uscire solo fra donne. Di fatto si stanno discriminando da sole. Oppure laddove si è confusa la lotta per la difesa dei diritti delle donne, con la prevaricazione sull’uomo o con assumere atteggiamenti (spesso i peggiori) da uomo: “stronze come un uomo”, parafrasando un autore che amiamo entrambi. Di fatto si vanifica il senso stesso della lotta che tante donne hanno dovuto fare. E non amo chi deve mettere in mostra la propria omosessualità con atteggiamenti spesso volgari. Non amo la volgarità dell’eterosessuale e nemmeno dell’omosessuale. Ami una persona dello stesso sesso e hai rapporti sessuali? Cacchi tuoi. Io non faccio spettacolo della mia eterosessualità e non vedo motivo perché tu debba farlo della tua omosessualità. La discriminazione nasce laddove non permetti ad ogni individuo di essere semplicemente chi è, coltivando la propria identità, con eguali diritti.

Discorso giusto quello sulla volgarità. Quando parlavo di macchiettismo mi riferivo a quello che gli altri attribuiscono agli omosessuali per identificarli attraverso gli stereotipi. Personalmente amo il gay pride e sfilo ogni anno. Non lo considero come un’auto ghettizzazione, quanto piuttosto un momento per ritrovarsi, confrontarsi, vedere a che punto siamo arrivati. Chiaro, al pride c’è di tutto, come nella vita: l’eccessivo, l’ostentatore, il discreto, lo studente, il professionista, l’artigiano, Il professore. Tutte e tutti. Per questo parlavo delle omosessualità. Basta affacciarcisi cinque minuti per rendersene conto. Per questo il pride è importante e pazienza se la stampa e la tv fanno vedere solo lo show. C’è comunque aria di festa. Per il discorso di prima, anche il pride può dare fastidio a qualcuno, perché lì ci sono persone comuni che disorientano chi ragiona per luoghi comuni.

In effetti ammetto di conoscerlo solo tramite gli strumenti d’informazione e non per esperienza personale. Non fatico a credere che quindi venga trasmessa solo la spettacolarizzazione. Il discorso comunque era quello, al di là della manifestazione in sé. La spettacolarizzazione di una lotta finisce spesso per togliere il vero significato. Parlo maggiormente del femminismo in quanto le lotte degli anni ’70 le ho condivise e cavalcate. La spettacolarizzazione di oggi mi fa molto incazzare. In realtà va assolutamente contro i diritti che rivendicavamo. Una donna che si appropria degli atteggiamenti maschili, non sta difendendo il genere femminile, ma gli sta andando contro. La lotta era per difendere il diritto di poter vivere l’essere donna, femmina, con la stessa libertà riservata al diritto di essere uomo. E non era neppure una guerra all’uomo. Negli anni ’70 eravamo con i nostri uomini a lottare per questi diritti.

Francesco, il protagonista di “micheyouse03” ha un fratello, Sergio, omofoba, l’unico della famiglia a conoscenza della sua omosessualità. Sergio è stato cresciuto, soprattutto dal padre, col culto di dover mostrare la propria virilità: ha un corpo statuario e passa da una donna all’altra. Molto gratificato in famiglia, eppure non pare felice e neppure sereno. Lotta costantemente col bisogno di mostrare e mantenere viva questa sua immagine e il terrore di poter provare qualche attrazione omosessuale. Questo suo malessere lo sfoga contro suo fratello Michele, fino a giungere a comportamenti maniacali che sfociano infine in violenza gratuita. Mi e ti chiedo, Andrea, l’omofobia nasce forse da questo genere di malessere: la pressione a cui famiglia e società ti sottopongono per dover sempre mostrare di essere un vero Uomo o una vera Donna? Si scatena la rabbia contro gli omosessuali perché ti suggeriscono il timore di poter provare tu stesso attrazione per persone dello stesso sesso?
Hai già praticamente risposto nella domanda precedente, ma preferisco chiarire.

Chi ha una personalità instabile, chi non è sicuro di sapere chi sia veramente, si sente minacciato da chi può mettere in crisi le proprie deboli certezze. Ha paura che l’altro da sè con caratteristiche diverse dalle sue possa scardinare i punti fermi che si è creato per condurre un’esistenza sicura. Tutti abbiamo incertezze sessuali, in tutti si alternano pulsioni maschili e femminili. Ma il maschio eterosessuale che deve dimostrare di essere virilmente sicuro di sè entra in crisi quando qualcuno gli ricorda che anche lui è fatto delle contraddizioni che appartengono a tutti. E chi non conosce altro modo di sfidare l’altro se non con la violenza, può anche arrivare a uccidere.

In “micheymouse03” Francesco è un prete che fatica ad accettare e riconoscere la sua omosessualità. Sarà proprio Michele a convincerlo ad un rapporto normale, alla luce del sole, a lasciare la tonaca. Cosa ci dici dei preti omosessuali che spesso cercano nella chiesa proprio il rifugio per nascondere la propria omosessualità? E più in generale cosa ci dici su tutte quelle persone che nascondono la propria omosessualità? Faticano loro stessi ad accettarsi o è sempre paura del giudizio altrui?

Francesco è un prete che si rifugia nella chiesa per scaricarsi da responsabilità pesanti. Meglio vivere in un ambiente dove non si fanno domande sulla sessualità e dove nessuno vuole approfondire la vita intima di chi ne fa parte. È una scelta comprensibile, sulla quale è opportuno andare a fondo sulle motivazioni. Ed è quello che si racconta nel romanzo. Però nella vita di tutti i giorni dal mio punto di vista i preti che si nascondono fanno male a loro stessi e alla Chiesa, restituendo l’immagine di un’entità che nasconde i peccatori, quelli che in un certo senso considera difettati, e riproponendo lo stereotipo della religione ipocrita. Ci sono preti che hanno avuto il coraggio di esporsi e ciò significa che anche nella Chiesa una certa mentalità sta cambiando.
In merito alla domanda sulle persone che nascondono la propria omosessualità, è come dici tu. In parte è perché faticano ad accettarsi, in parte perché temono il giudizio altrui. Uscire allo scoperto è sempre un atto di coraggio in una società maschilista come quella italiana. Si ha paura di essere stigmatizzati, di essere messi all’indice, nella peggiore delle ipotesi persino dalla propria famiglia. Ce ne sono di casi di adolescenti cacciati di casa perché hanno dichiarato in famiglia di essere omosessuali. Ne sono testimonianza le case di accoglienza che le associazioni glbt hanno fondato e l’Agedo, l’associazione dei genitori di figli omosessuali, che denunciano tali episodi. Il coraggio si costruisce con il tempo, si è guardinghi, si studia la realtà che ci circonda, se ci sono le condizioni per fare coming out.
L’altro aspetto della questione è l’omofobia interiorizzata, la difficoltà di accettarsi, di mostrarsi per quello che si è, fino a detestare il proprio orientamento sessuale. Bisogna lavorare molto sull’omofobia interiorizzata, perché è il peggior nemico degli omosessuali, quello che impedisce una serena evoluzione della personalità, quello che mette gli omosessuali gli uni contro gli altri in certe situazioni, quello che è di ostacolo alla solidarietà necessaria alle minoranze.

In effetti penso che per quanto sia difficile vivere in un ambiente che ti giudica, ti etichetta, ti deride… la cosa ancor peggiore è quando sei tu stesso a non accettarti per chi sei. È una guerra interiore pazzesca che ti fa stare molto male. Nel tuo romanzo mi è parso essere il fratello Sergio a non accettare la sua personalità. Sente di doversi mostrare come lo stereotipo che il padre gli ha disegnato addosso, ma in realtà non è sereno e prova invidia per Michele che vive serenamente la sua sessualità.

Il padre di Sergio gli ha appiccicato addosso questa etichetta, avallata pure dalla madre. Come quelli che recitano un ruolo che non gli appartiene, a un certo punto scalpita per riguadagnare qualche parvenza di autonomia. In alcuni casi si è talmente compenetrati in quel ruolo, che non si riesce più a essere se stessi.

Andrea, “micheymouse03” è già uscito da qualche mese e tu stai facendo alcune presentazioni in giro per l’Italia. Hai ricevuto critiche o commenti omofobi da qualcuno? Che reazioni hai avuto fino ad oggi? Ti aspettavi qualcosa di diverso?

Le reazioni sono state diverse. Quella che più mi ha colpito viene da lettori che si sono ritrovati nel rapporto tra i fratelli Michele e Sergio, dove in famiglia vivevano effettivamente un rapporto morboso e le loro ossessioni erano le stesse di quelle raccontate nel libro.
Reazioni negative sono state quelle di chi ha visto una trattazione stereotipata dell’omosessualità. Però vorrei dire che questa osservazione c’entra poco. Ho raccontato la storia di due uomini, che potevano anche essere un uomo e una donna. Volevo raccontare l’amore in chat, non scrivere un trattato sulla liberazione omosessuale. Volevo parlare di religione e non credo di averlo fatto in modo così stereotipato. Chi ci vede solo la storia omosessuale, ecco lì c’è il pregiudizio.

Hai raccontato una storia d’amore nata in chat.
Che ci dici dei rapporti d’amore o d’amicizia (che è pur sempre un’altra forma d’amore) nati in chat? Io, sinceramente, mi fido poco. Mi paiono artificiosi. Mi sembra si torni indietro a quando i matrimoni venivano combinati fra persone che ben poco si conoscevano. Sì, è vero che qui è una scelta personale e non combinata dalle famiglie. Però credo che il terreno per un’amicizia, e ancor più un amore, debba essere coltivato giorno dopo giorno dal vivere piccole e grandi emozioni reali. Puoi dire di conoscere una persona quando hai mangiato insieme, riso, pianto, dormito, corso insieme. Quando hai colto la sua espressione davanti ad una paura o una gioia. Quando lo hai visto incazzarsi, sbottare o stanco. Penso non sia un caso se oggi i rapporti durano nulla. Nascono dal nulla, vivono di irrealtà. Si buttano via e cambiano come uno smartphone obsoleto, al primo modello nuovo che esce.
Michele e Francesco, però, si conoscono in chat, ma il loro amore cresce anche con una frequentazione vera. Soprattutto Michele cerca questa realtà e non si accontenta.

È proprio così Maria. Il rapporto di Michele e Francesco parte perché i due uomini si frequentano, si guardano negli occhi, si scrutano, ridono insieme, gioiscono, si disperano l’uno accanto all’altro. La chat può essere un valido strumento per mettere in contatto persone che altrimenti non avrebbero modo di conoscersi. È l’evoluzione tecnologica del fermo posta. Più rapida e perciò più pericolosa. Ogni uomo sembra a portata di mano, ogni relazione sembra fattibile in breve tempo. Non è così. Le relazioni umane necessitano di tempo. Questo è il possibile imbroglio in cui cadere se non si è preparati a usare la chat. Conosco coppie che si sono conosciute in rete e il loro rapporto funziona benissimo. Hanno saputo usare la chat nel modo che loro consideravano appropriato per quello che cercavano. E voilà che i risultati si vedono.

“micheymouse03” è il tuo primo romanzo. Ne hai un altro in cantiere?

Sto scrivendo una raccolta di racconti sul tema: virus. Come un virus non meglio identificato si infiltra nelle nostre esistenze e ne influenza il cammino. Come il contagio cambia i rapporti interpersonali, come noi reagiamo al contagio e alla paura del virus. Virus come malattia, virus come evento ineluttabile al quale non si può sfuggire.

Interessante. Andrea ti ringraziamo per la tua disponibilità e ricordiamo a tutti che il romanzo si può acquistare qui dalla libreria online del nostro Gruppo.
IL CIELO CAPOVOLTO presenterà “micheymouse03” a Torino nel mese di ottobre. In tale occasione sarà possibile incontrare Andrea, domandare e discutere con lui sui temi proposti nel suo romanzo e farsi autografare i libri.

Grazie Maria per questa intervista a puntate, molto social, molto nello stile di “mickeymouse03”. A presto.

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